Francesco Ruocco guarda alla propria vita con occhi diversi. C’è il calcio, naturalmente, ma soprattutto c’è una serenità conquistata attraverso un percorso personale tutt’altro che semplice. L’attaccante del Mantova, intervistato dal noto giornalista ed esperto di mercato Gianluca Di Marzio, ha raccontato una parte della propria storia rimasta a lungo lontana dai riflettori: le pressioni, gli infortuni, le delusioni, il peso delle aspettative e la decisione di rivolgersi a uno psicologo.
«Oggi sto bene. Mi sto godendo la mia quotidianità con la mia famiglia e con il calcio. Ma non è sempre stato così. E il motivo era nascosto dentro di me».
Parole che racchiudono un percorso iniziato molto prima dell’arrivo tra i professionisti. Ruocco ha imparato presto cosa significhi inseguire un obiettivo e, soprattutto, quanto possa essere pesante sentirsi responsabile anche dei sacrifici degli altri.
«Nessuno ci conosce meglio di noi stessi. Ma è anche vero che, forse, non arriviamo mai a conoscerci davvero. O comunque per farlo ci serve del tempo. Perché vedete, spesso pensiamo di sapere tutto di noi, ma in realtà abbiamo toccato e compreso solo la superficie. Io ho iniziato a comprenderlo poco tempo fa, quando piano piano ho provato a darmi la possibilità di guardare e abbracciare le mie fragilità, di guardarmi indietro e fare pace con dei pesi con cui convivevo da troppo tempo. Responsabilità, possibili fallimenti, pensieri, infortuni. Ho deciso di andare in terapia da uno psicologo. Mi è servito. Mi è servito tanto. Per apprezzare i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento, per ridare luce a momenti bui, per ritrovare quella serenità che oggi vivo in me, nella mia vita e in campo».
Dalle strade di Napoli al sogno del calcio
Prima ancora delle categorie professionistiche e delle partite davanti a migliaia di persone, c’era un bambino napoletano con un pallone sempre vicino. Il calcio è stato una presenza costante, quasi una componente naturale della sua infanzia.
«Sono nato con il pallone. È sempre stato al mio fianco. Ho un ricordo impresso nella mente. Ero bambino e andavo a dormire con mamma: ero circondato da palle. E poi le domeniche con papà, mi portava sempre a un campetto vicino a casa. Ci andavamo a piedi, sempre per la stessa strada. E poi lì, a calciare punizioni su punizioni».
Napoli, però, non è soltanto il luogo dei ricordi familiari e delle prime partite. È anche una città nella quale Ruocco ha conosciuto da vicino le difficoltà di un ambiente nel quale crescere significa, talvolta, dover scegliere molto presto quale direzione prendere.
«Tutto è iniziato tra le vie di Napoli. Fanno parte di me. Anche se non ho solo ricordi belli della città. Sono cresciuto in un quartiere difficile in cui se non riesci a intraprendere la strada giusta sin da piccolo rischi di rovinarti per sempre, come è successo a molti miei compagni che hanno preso una strada sbagliata. Per fortuna, i valori dei miei genitori mi hanno aiutato a fare le scelte giuste».
E poi c’erano i campioni da imitare, i video da riguardare e un idolo capace di alimentare la fantasia di un bambino.
«Ma di Napoli ho anche immagini belle. Le partite con i miei cugini e gli amici. E poi Diego. Sono cresciuto guardando i video di Maradona. Li vedevo quando mi svegliavo e quando andavo a dormire. A volte saltavo anche la scuola per studiarli».
A dieci anni arriva la prima grande svolta. La famiglia decide di lasciare Napoli per permettergli di provare a trasformare quel sogno in qualcosa di concreto. Destinazione Brescia.
«A 10 anni la mia vita è cambiata. La mia e quella dei miei genitori. Abbiamo detto addio a Napoli per inseguire un sogno. Il mio sogno. Roberto Clerici mi aveva chiamato per andare al Brescia. Un sacrificio, soprattutto per loro. Avevano lasciato tutto. Casa, città, amici, lavoro. E lo avevano fatto per me. Ed è qualcosa che ha lasciato un segno. Da quel momento ho convissuto con quella responsabilità. Avrei dovuto farcela anche per loro».
La prima caduta
Il percorso sembra quello giusto, almeno all’inizio. Poi arriva una frase capace di cambiare completamente le prospettive.
«I primi sono stati tranquilli. Dopo cinque stagioni, un messaggio: “Sei troppo piccolo e gracile. Non continuerai nel Brescia”. Buio. “Com’è possibile? Avevo mollato tutto per andare lì. I miei genitori avevano mollato tutto per permettermi di andare lì. E ora cosa faccio?”»
Per un ragazzo così giovane, vedere interrompersi il percorso costruito fino a quel momento significa anche mettere in discussione tutto il resto. Ruocco non nasconde di aver pensato di fermarsi.
«Volevo smettere, devo essere sincero. L’ho vissuta malissimo, essermi trasferito e aver fatto trasferire i tuoi genitori per un sogno che vedi svanire. Ho pensato di mollare. Ci sono state tante persone che mi hanno aiutato. Il mio preparatore personale Stefano, il mio procuratore, mia sorella e mia mamma».
È proprio nei momenti di maggiore difficoltà che Ruocco ha iniziato a comprendere quanto sia importante non arrendersi davanti a una fase negativa.
«Vedete, nella vita ci sono dei momenti in cui non tutto va come vorresti. In cui la testa è confusa, non capisci la sua direzione. Ti senti stretto in un malessere che non spieghi. Ecco, in quei momenti devi resistere. Solo resistere».
La strada verso il professionismo continua, ma non diventa improvvisamente più semplice. Alla Giana Erminio arrivano altri ostacoli, soprattutto fisici.
«Tanti altri al mio posto avrebbero mollato. Lì e anche durante e dopo il primo anno tra i grandi con la Giana Erminio. Tanti infortuni, poca continuità. Tornavo a casa e mi chiedevo cosa avrei fatto per restare in piedi. Soprattutto a fine stagione, quando la società non mi ha confermato e sono rimasto senza squadra. Da solo, senza prospettive. Ancora una volta».
La ripartenza dalla Sardegna
Quando sembra non esserci una soluzione, arriva la possibilità di ripartire dalla Torres. È il 28 agosto e Ruocco decide di coglierla.
«Mesi, settimane. Fermo ad aspettare. “E se non mi chiama nessuno, cosa faccio?” Continuavo a pensarci. Fino al 28 agosto, quando si è presentata l’opportunità della Torres».
La Sardegna diventa così molto più di una semplice nuova tappa professionale. È il luogo nel quale Ruocco ricomincia a costruire se stesso, partendo dalla Serie D e conquistando progressivamente spazio.
«Sono sincero, non conoscevo molto la piazza. Ma ho imparato a farlo. In Sardegna ho posto i primi tasselli della mia rinascita. Sono ripartito dalla Serie D. All’inizio non ho trovato neanche grande spazio. Lavoro, sacrificio, volontà. Il tempo ha fatto il resto».
In Sardegna, però, Ruocco trova anche qualcosa che va oltre il calcio. Arriva Alessia, la donna che diventerà sua moglie.
«Mi sono innamorato dell’isola. Mi sono innamorato di Alessia, mia moglie. Con lei ho conosciuto il senso dell’amore, in tutte le sue sfumature. Ho compreso cosa significhi amare ed essere amati».
Il Mantova e la scelta di chiedere aiuto
Il trasferimento al Mantova riapre vecchie ferite. Ancora una volta c’è un trasferimento, ancora una volta qualcuno lascia la propria terra per seguirlo. Stavolta è Alessia, la sua compagna.
«Quando mi ha chiamato il Mantova la mia vita è stata stravolta. Un déjà vu. Un nuovo trasferimento. Alessia ha dovuto lasciare la sua isola per restare al mio fianco. Per me, come avevano fatto i miei genitori quando avevo 10 anni. Un gesto enorme da parte sua. Un’altra responsabilità in me».
Quella responsabilità, unita agli infortuni e alle difficoltà dell’ambientamento, finisce per pesare sempre di più.
«Il primo anno è stato complicato. Tanto complicato. Il trasferirsi, quel senso di responsabilità nei confronti di mia moglie e mia madre. In campo continuavo a infortunarmi. Nella mia testa tutto si accumulava. Pensieri, paure, dubbi. Ed ero solo un ragazzo. Nessuno ti insegna a gestire tutto questo. E io non capivo come poterlo fare».
È a quel punto che arriva una decisione destinata a cambiare il suo rapporto con se stesso: chiedere aiuto.
«Ho scelto di chiedere aiuto e affidarmi a uno psicologo, mi ha aiutato tantissimo. Gli sarò grato per sempre. Mi ha permesso di essere me stesso, senza vergogna. Di parlare di me, del mio passato, di ciò che mi faceva stare male».
La terapia diventa uno spazio nel quale affrontare finalmente quelle sensazioni rimaste a lungo in sospeso.
«Con lui sono riuscito a far emergere ricordi che avevo quasi dimenticato. Mi ha permesso di far pace con quel peso che mi addossavo da quando avevo dieci anni. E fondamentale è stata la presenza e il supporto di Alessia e del bambino. Un percorso lungo che mi ha permesso di essere il Francesco di oggi. E anche in campo la differenza si è vista. Mi sono costruito la mia personale serenità».
Il presente: Mantova, la Lazio e un sogno ancora vivo
Ruocco racconta una storia diversa. Il calcio non è più soltanto una corsa contro il tempo o contro le aspettative. È diventato anche il luogo nel quale esprimere una consapevolezza nuova.
«Oggi Francesco è un ragazzo che si gode la sua vita. Sto vivendo un grande momento con il Mantova. Qui sto bene. Il club e la città mi hanno aspettato e aiutato in un momento difficile. Ho segnato alla Lazio, il punto più alto della mia carriera. Sono più consapevole delle mie qualità».
Il percorso, però, non è concluso. Anzi, Ruocco sa bene che il passato non deve trasformarsi in un punto d’arrivo.
«So che la strada è ancora lunga. Non ho ancora fatto nulla. E chissà, un giorno magari potrò tornare a Napoli per indossare la maglia azzurra».
Il cerchio, forse, non è ancora chiuso. Dal bambino che lasciò Napoli a dieci anni all’uomo che oggi veste la maglia del Mantova, il filo conduttore è sempre lo stesso: continuare a provarci.
«Ne è passato di tempo da quel giorno. Il giorno in cui me ne sono andato. Quel bambino è diventato un uomo. Ha continuato a camminare, nonostante tutto. E ora può dirlo, è orgoglioso del suo viaggio».
Seguici su
Aggiungi tifomantova.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.


Grande figooo